Se c’è un modo infallibile di mandare fuori di testa la gente è creare un prodotto pensato per il pubblico femminile: ma non un prodotto qualsiasi. Finché si tratta di storie d’amore va bene, al massimo le si deride e/o ci si scandalizza perché “le ragazzine hanno dei modelli negativi”. È sempre uno spasso distruggere l’Harmony di successo del momento, nel quale l’unico obiettivo è essere felici e appagate guardando il proprio uomo con occhi a cuoricino. Lo facciamo un po’ tutti, non me ne tiro fuori perché anch’io ho alle spalle la mia bella dose di sghignazzate su queste cagate.
Spero di essere maturata un pochino, questo sì: adesso mi pare il momento di cominciare a osservare i prodotti pensati per il pubblico maschile, quelli a base di muscoli grotteschi, testosterone, inseguimenti improbabili e protagonisti che vincono tutti perché l’Alfaggine gli trasuda chiazzando tutta la canottiera da culturista. Sia chiaro, non ho niente contro il corrispettivo al maschile di Bridgerton, ma questo doppio standard inizia a rompermi un po’ il cazzo. Sarebbe carino leggere anche qualche recensione che distrugga la solita storia del Giustiziere Solitario che, tra metodi di indagine improbabili, colleghe supergnocche che vengono rimesse al loro posto, superiori ottusi e violenza gratuita, salvano il mondo e si trombano la fanciulla, ora lietamente asservita al suo giusto ruolo nel mondo. Perché si denunciano sempre i modelli femminili sbagliati, mentre quelli maschili se ne stanno lì, e vengono considerati sani e normali?

Prima condannare, poi parlare.

Perché c’è tutta questa attenzione a quello che leggono/guardano le ragazzine, mentre quello che leggono/guardano i ragazzini è canonizzato e ritenuto inviolabile?
Uhm…
Vabbè, dicevo.
Se c’è un modo infallibile di mandare fuori di testa la gente è creare un prodotto pensato per il pubblico femminile: ma non un prodotto che rientri nel cliché della love story, rassicurante per tutti i motivi di cui sopra. Deve essere una storia di formazione, nella quale ci sia l’inevitabile situazione in cui qualsiasi donna si trova, ovvero quella in cui si è sempre comunque subordinata. Niente fa incazzare una certa tipologia di umanità più che evidenziare questo semplice fatto. Anzi, una cosa forse sì: quando, nella storia di formazione, a uscirne vittoriosa è la donna e non l’uomo. L’effetto è simile a quando butti le noccioline nella gabbia dei babbuini, con la differenza che i babbuini, almeno, non pretendono di essere presi sul serio.
Siccome il film di Barbie fa esattamente questo, e lo sbatte ripetutamente in faccia allo spettatore, con la delicatezza con cui le bambine giocano con le loro bambole, ovviamente c’è stato un casino che la metà basta. Ciò è bene, ed è anche un ottimo sbarramento all’entrata per questo articolo: i babbuini di cui sopra avranno smesso di leggere al primo massimo secondo paragrafo, rimane la gente con un cervello funzionante, e adesso posso parlare di quello che mi interessa.
C’è un aspetto del film che non viene preso in considerazione, e siccome so benissimo che il motivo per cui non se ne parla è precisamente quello che nel film viene denunciato, allora ne parlo io, così mi beccherò anch’io gli insulti degli incel e la mia giornata avrà un senso.
Il fatto è che Barbie, film del 2023, regia di Greta Gerwig, protagonisti Margo Robbie e Ryan Gosling, non è soltanto quello che tutti dicono (e con cui concordo): è anche il miglior film fantasy che sia stato prodotto negli ultimi anni.

Infodump: chi vuole abbracciarmi?

Un passo indietro, per fare un bellissimo spiegone.
Il fantasy è un genere ben preciso, con caratteristiche che lo rendono tale, e in mancanza delle quali ci possono essere tutti gli orpelli che volete, ma fantasy non è. Per intenderci, Avatar non è fantasy, anche se ci sono gli sciamani fricchettoni e tutta un’estetica dove ‘sembra’ che ogni cosa sia mistica e inconoscibile. È fantascienza, senza il minimo afflato fantasy da nessuna parte, più o meno come non c’è il minimo afflato di trama. Ma è un altro discorso. Nuovo esempio: Twilight non è fantasy, certo non è horror, anche se ci sono elementi narrativi presi da entrambi questi generi (e cagati via malissimo dopo essere stati masticati da un t rex, ma di nuovo, è un altro discorso). I generi sono diversi dagli elementi che li compongono, anche se spesso ne sono la somma. Se gli elfi sono dei mutanti potenziati non è un fantasy, è fantascienza. Tutti i mischioni editoriali con cui nel corso degli anni si è cercato di inventarsi nuovi canali di vendita non hanno niente a che fare con i generi e con gli elementi narrativi. Un fantasy può essere ANCHE una storia d’amore, può essere ANCHE una storia di indagine, può essere ANCHE una storia comica. Può essere anche tutte queste cose insieme. Come per tutti i generi, può prendere gli elementi narrativi che vuole, e spesso più elementi ci sono, più l’opera risulta interessante. Una chioma folta, con tanti rami, è meglio di due tristi zeppi mal potati.
Ma, per quanti rami ci possano essere, il tronco è uno, e no, non esistono storie ‘che trascendono i generi’. Quello è un presunto complimento che viene fatto quando un’opera ha tanto successo e gente che di solito non apprezza quel genere si ritrova a gradire, senza capirne bene il perché e senza, in fondo, volerlo davvero capire – cosa che gli sarebbe utile, perché magari capirebbe che il genere invece gli piace, o che apprezza determinati elementi narrativi indipendentemente dal genere in cui li trova: comprendendolo, potrebbe cercare meglio qualcosa di affine ai suoi gusti ed evitare inutili delusioni. Oppure, la trascendenza di generi è partorita da qualche responsabile del marketing che cerca così di acchiappare un pubblico più vasto, e qui invece il perché è chiarissimo, anche se non mi risulta abbia mai davvero funzionato. Però oh, si vede che suona bene e piace tanto ai vecchi imbolsiti che autorizzano la pubblicazione nei giornali di prestigio.

(DISCLAIMER: non sto sclerando contro nessuno in particolare. Quando mi incazzo con qualcuno, quel qualcuno è il primo ad accorgersene. Queste sono considerazioni generiche e anche tranquillissime: se sembrano livorose è perché non ho cazzi di edulcorare i fatti e non ci guadagno niente a fare la Mary Poppins che mette lo zucchero sulla pillola. Scusate l’interruzione)

Quindi, cosa abbiamo con Barbie? Un film femminista, è pacifico. Una commedia lieve e ironica, inutile dirlo. Una storia di formazione, assolutamente. Un musical, direi di no, anche se le canzoni che ci sono risultano utili ai fini della comprensione della trama (però non ‘sono’ la trama, cosa essenziale per un musical).
Ma questi sono tutti elementi narrativi, che non potrebbero esistere, almeno non in questa particolare combinazione, senza il genere che permette loro di formarsi in quel modo e svilupparsi in quella trama: fantasy. E fantasy fatto bene, così bene che secondo me andrebbe portato come esempio di come si concepisce un fantasy, sia esso romanzo, prodotto audiovisivo, videogame, o quello che vi pare.
Spendo giusto due parole sul worldbuilding, che so già essere l’elemento su cui l’attenzione si concentra, quando si parla di fantasy.

Ci sono mondi fantasy in cui non vorrei mai finire.

Il mondo di Barbie è ovviamente un mondo immaginario. È un giocattolo pieno di quel merdoso rosa pastello e le case di plastica che tutt3 abbiamo, se non posseduto, almeno distrutto giocandoci, nell’infanzia. La sua dimensione è quella del gioco: Barbie che non fa le scale o apre le porte per spostarsi, non mangia o beve sul serio, e il mare di Malibù è una scenografia di cartone. Se si cerca una spiegazione empirica non la si trova, anzi, Popper morirebbe di nuovo a cercare di dare un senso a quello che succede: dove si trova Barbieland? Perché esiste? Le Barbie sono tutte le Barbie prodotte, oppure c’è un solo esemplare di ognuna? E perché quello che succede alla protagonista non succede anche a tutte le altre, visto che l’evento scatenante non è certo qualcosa di eccezionale, anzi, è un normale problema della vita di tutt3 noi?
E si comincia a sentire, vero, un certo disagio nel farsi queste domande, avvertendole come oziose e stupide, anzi, perfettamente inutili. Non ci serve sapere dov’è Barbieland, già lo sappiamo. Barbieland non è un posto, è una parte della nostra vita. La sua esistenza è spiegata dalla nostra esistenza, e così comincia e finisce qualsiasi considerazione sul worldbuilding di un universo fantasy. Spogliato da tutti gli orpelli Mattel e dal rosa plasticoso, diventa un mondo simbolico nel quale lo spettatore può calarsi all’istante, capirne le regole, attenercisi, anche scoprirne di nuove – se sono corrette, e ne parlate con qualcun3, l3 vedrete annuire, è proprio così. Nessun personaggio di Tolkien si metterà a scorreggiare di fronte a Elrond, e nessuna Barbie dirà mai cattiverie verso un’altra Barbie. Sono cose che sappiamo senza che l’autore debba dircele, perché i simbolismi di quel mondo sono chiarissimi, già noti e interiorizzati prima ancora di iniziare quella storia.
Aperta parentesi: questo è tra l’altro il motivo per cui i romanzi fantasy ambientati in luoghi immaginifici inventati di sana pianta sono dei tomoni di ottomila pagine l’uno. Se non si parte da un simbolismo comune, condiviso (i miti norreni, le crisi adolescenziali, i sobborghi cittadini, la casa di Barbie della nostra infanzia, l’estetica medievale), occorre crearlo, e per questo servono pagine su pagine su pagine. In questo film c’è un simbolismo fortissimo, noto a tutt3, e bastano letteralmente i primi tre minuti perché lo spettatore capisca tutto quello che serve capire. La storia infatti parte quasi subito, e questo è tutto quello che ho da dire sul worldbuilding, che a volte sembra essere l’unica cosa che rende tale un fantasy.
No. No.

Barbie stereotipo nel suo mondo stereotipato. Più chiaro di così si muore!

Il fantasy è lo svelamento di quel mondo: è la quest del o dei protagonisti, che attraverso l’esplorazione esteriore compiono un viaggio interiore, e se ne accorgono quando il viaggio esteriore parrebbe finito. In tutti i fantasy c’è un momento, o più di uno, in cui ai personaggi è dato tirarsi indietro, tornare allo stallo iniziale e dimenticarsi tutto. In alcuni è all’inizio della vicenda, in altri arriva anche molto in là, dopo che magari il personaggio ha risolto parte dei problemi che gli impedivano di tornare alla condizione di partenza. Ma quel momento c’è sempre, e quando arriva, il personaggio decide che no, andrà avanti. Nel mondo e in se stesso. Si tratta di due viaggi simultanei che non si fermano, nemmeno se il personaggio lo desidera (come a volte avviene: avete presente no, il ritorno a casa prima che la storia sia finita, con il personaggio che ‘sente’ che le cose non sono come sperava, e che deve fare qualcosa? Ecco, è perché può – a volte – fermare la quest esteriore, ma il viaggio interiore continua, e non si può fermare).
Il worldbuilding c’entra solo fino a un certo punto: la storia può essere ambientata in un qualsiasi paese di provincia (ciao, zio King), in una location esotica, in un’epoca storica diversa dalla nostra, o nel famoso mondo inventato. È la quest di quel mondo, e di se stessi, a contare. In un fantasy, il mondo simboleggia la crescita interiore del personaggio, ed è inizialmente preponderante: il personaggio lo subisce passivamente, non si chiede perché le cose stiano così. Anche se il mondo in cui il personaggio vive fosse il più orribile carcere sotterraneo, dove viene torturato ogni giorno, quello sarà il suo mondo, e non c’è da chiedersi perché le cose debbano stare così: stanno così e basta. Chiaramente in questo esempio il personaggio avrà una notevole spinta a far cominciare la storia, ma non si tratta ancora di quest: vuole soltanto uscire da una situazione insostenibile, che subisce per ragioni che comprende, a volte perfino giustifica (chiedere a Gene Wolfe per conferma).
Il personaggio deve uscire dallo status quo iniziale, volontariamente o meno è irrilevante, e cominciare l’esplorazione del mondo. Esplorandolo, imparerà a conoscere se stesso, e arriverà alla fine che sarà una persona diversa. Avrà consapevolezza di sé e di quello che è, o deve essere, il suo posto nel mondo. E non sto dicendo affatto che si tratti di un lieto fine, sia chiaro: se il personaggio è una brava persona, tutti felici. Se non lo è, il fnale della storia sarà tragico, o amaro, o nichilista. Il mondo può anche diventare un posto peggiore. Tutto è possibile.
Spero di essermi spiegata a dovere: questo elemento è fondamentale per il fantasy, e non si tratta genericamente di formazione, anche se la formazione ne è parte. Si tratta di esplorazione simbolica, un intero universo che diventa strumentale allo sviluppo della storia. Nel fantasy, i personaggi sono inestricabili dal loro mondo, e il mondo fa parte dei personaggi.

Oh, sweet summer child…

Avete presente le stagioni di Westeros, che durano anni apparentemente a casaccio? Ecco, adesso pensate a cosa succede ai personaggi, durante quel lasso di tempo. Alla fine dell’estate se la passano tutti abbastanza bene, poi arriva l’autunno… ed è sempre più duro… sempre più cupo… sempre più minaccioso. Le vite dei personaggi vanno a scatafascio. L’inverno incombe, e sarà un inverno terribile, dove qualcuno sarà preparato ad affrontarlo, e qualcuno soccomberà. Qualcuno si sta preparando, qualcuno si perde in cazzate, qualcuno cerca di tenere un basso profilo e sperare che il peggio gli passi sopra la testa, ignorandolo. Ma l’inverno sta arrivando, per tutti.
Messa così, non ha più molta importanza stabilire quale orbita segua il pianeta dove sono ambientate le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, vero?
Nel fantasy gli elementi fantasy non sono messi lì a caso, al servizio dell’autore che vuole far succedere questo e quello: servono a uno scopo, a quello scopo. Se il fantasy è concepito bene, il lettore/spettatore non avrà mai la sensazione di forzatura, e nessun colpo di scena gli sembrerà un deus ex machina inutile. Succederà tutto quando deve succedere. Mettere cose a caso, solo perché sono a effetto, serve soltanto a distruggere quel mondo, e a cancellare quel percorso. Nons erve nemmeno che mi metta a elencare tutti i fantasy scadenti che qualsiasi appassionato ha letto, e che rientrano in questa categoria.
Ma c’è qualcosa di più importante.
Nel fantasy i personaggi mediocri non possono esistere, per definizione. Possono essere viscidi, stronzi, sadici, assassini, luridi, odiosi, anche stereotipati nel loro ruolo preso di peso da qualche scheda di RPG; ma mediocri no, mai. Una persona mediocre non può cambiare, non può evolvere, è parte dello sfondo. Ci sono capolavori letterari che parlano di questo aspetto dell’essere umano, certo; ma nel fantasy sarà sempre solo una comparsa, o avrà un ruolo secondario, accessorio ai personaggi principali. Non è un giudizio di valore: semplicemente, il fantasy non parla di mediocrità, come un thriller non parla dei sospiri d’amore di due amanti. Il cliché del prescelto nasce da qui: dal bisogno di creare subito un personaggio che non sia mediocre, che escluda in partenza anche solo questa possibilità. È la trappola degli stereotipi, ma gli stereotipi, in un fantasy, non possono rimanere tali.

Il momento preciso in cui comincia la vera quest.

Così, Barbie inizia la sua avventura come stereotipo. Quando tutto inizia, lei vuole solo tornare quella che era, con i suoi piedini a punta e la sua doccia immaginaria sempre a temperatura ideale. È un giocattolo, vuole il suo mondo giocattoloso, nel quale non ha problemi e non invecchia, non muore, non ha la cellulite (tanta comprensione). Ma uno stereotipo non rimane tale, se comincia a guardarsi attorno, a capire cosa succede, e a scoprire che c’è molto più di quello che aveva immaginato – la scena con la vecchietta alla fermata dell’autobus è da antologia, per questo. È il punto di non ritorno, è la consapevolezza che no, non sarà mai più uno stereotipo, perché ormai è andata troppo avanti per rimanerlo. Barbie è una bambina, anzi il giocattolo di una bambina, eppure quando ha l’occasione di tornare come prima si rifiuta, scappa dalla scatola. Il cambiamento è iniziato, e non si fermerà.
Barbieland non cessa di esistere, ma sarà un altro posto, diverso da prima. Migliore? Peggiore? Solo il tempo potrà dirlo. Di sicuro, anche se è contenuto nella cameretta di una bimba, quel mondo adesso è più vasto e ricco, con più possibilità e sfumature, che prima mancavano totalmente.
Il mondo fantasy è un mondo simbolico, non empirico, e i personaggi che lo abitano sono la loro stessa crescita personale, il diventare quello che sono destinati a essere (e faccio notare che si può diventare re della Terra di Mezzo, ma anche Darth Vader), non ovviamente in senso di ‘destino prefissato’, bensì nel senso di pieno sviluppo delle proprie potenzialità – non mediocrità, ecco il punto. Tutto, nel fantasy, contribuisce a questo, e questo, tra gli altri aspetti, è la perfetta quadratura del cerchio.
Ecco perché Barbie è il miglior film fantasy che abbia visto da un pezzo.

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Scritto da : Laura MacLem

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