Tra le cose che amo di più leggere ci sono le fiabe popolari. Ne ho tantissime, di ogni paese del mondo, e a forza di leggere mi sono ritrovata ad appassionarmi ai pattern comuni di ciascuna, alle enormi differenze culturali e sociali, al modo in cui le fiabe si compenetrano, si uniscono, si diffondono. Mi esalto come una scema se trovo un motivo narrativo tipicamente mediterraneo in una fiaba sudamericana, o se mi accorgo che dall’Africa ci sono arrivate tante di quelle favole che in pratica Esopo ha solo cambiato i nomi degli animali usati.
Da dove arrivano? Perché alcune sono diventate praticamente universali e altre no? Quali creature, quali significati, quali cose nascoste ci sono nelle storie spesso pazzesche raccontate nelle fiabe popolari, che spesso sono le mitologie di popolazioni cui dobbiamo moltissimo, ma nemmeno conosciamo?
Ecco, tutto questo secondo me merita di essere fissato. Quindi parto con il ciclo Folli Fiabe, sperando non naufraghi subito per la mia cronica pigrizia, e per questo primo post mi affido al Popolo Fatato, i Fae irlandesi!

La narrativa popolare irlandese è una tradizione tale che difficilmente se ne può trovare di simile, oggigiorno, e per fortuna la raccolta e l’organizzazione di tutto il materiale disponibile è fatta con grande serietà. Molti testi sono stati raccolti in gaelico, ma i compilatori hanno avuto la pietà di tradurli, in modo da metterli a disposizione di tutti.
Testi di fiabe popolari irlandesi ce ne sono tantissimi, e questo folclore, fortunatamente, non rischia di essere perduto. Esistono centinaia di migliaia di pagine sui miti, le leggende, le fiabe popolari, le ballate irlandesi. Ogni creatura fatata, ogni personaggio, ogni intreccio, vanta interi volumi dedicati solo a esso, e naturalmente l’analisi antropologica e storiografica di ciascuno è una roba immensa.
Farne un’analisi esaustiva e completa in un post di blog sarebbe un po’ (tanto) megalomane, nonché leggermente superiore alle mie capacità; perciò mi limiterò a un singolo testo, di un singolo autore, che ha riportato la sua singola esperienza.

E quindi, per il ciclo ‘folli fiabe’, partiamo con la verde Irlanda, la terra di

WILLIAM BUTLER YEATS

È stato un poeta, drammaturgo, scrittore e mistico irlandese vissuto nella seconda metà dell’Ottocento. Fu anche senatore dello Stato Libero d’Irlanda negli anni venti. Era un sostenitore del nazionalismo irlandese, e tutta la sua poetica ne è inscindibile.
Ma come dice Antoine de Saint Exupery,

Tutti i grandi sono stati bambini una volta, anche se pochi di loro se ne ricordano.

Yeats è uno di quei pochi.
Quando William è ancora bambino, la famiglia vive a Sligo, che è un piccolo villaggio rurale dell’Irlanda occidentale. Si trasferiscono a Londra, in modo che il padre possa seguire la sua carriera di artista; ma la madre, originaria di Sligo, racconterà al piccolo Yeats le storie e le fiabe popolari dei luoghi in cui lei stessa è nata e cresciuta.
È qui infatti che Yeats trascorse lunghi periodi nell’infanzia, passando le vacanze estive dai nonni materni. Parlava con gli anziani, che gli raccontavano le loro storie di fate e folletti, nei quali credevano ciecamente: per loro, il Piccolo Popolo erano dei vicini di casa, con cui era meglio andare d’accordo.

“Il posto che più di ogni altro ha influenzato la mia vita è Sligo”.
William Butler Yeats

Le fiabe sono un calco della realtà in cui vive o viveva una data popolazione, e oltre a questo sono una mappa dell’intera situazione storica e geopolitica della nazione.
Era quindi inevitabile che Yeats ne fosse affascinato e che, una volta cresciuto e diventato il celebre drammaturgo che tutti conosciamo, le ritenesse così importanti da raccoglierle in volume. E non è certo stato l’unico: molti grandi scrittori si dedicano a raccogliere le fiabe tipiche, popolari, proprio per questo motivo. Basti pensare a Italo Calvino, ad Angela Carter, Grazia Deledda… ciascuno di loro ha dato il proprio contributo, proprio perché il patrimonio favolistico e fiabesco è troppo importante per lasciarlo morire insieme all’ultimo narratore.

Nella sua raccolta, Yeats distingue tra folletti socievoli e solitari, di terra e di mare, riunendoli comunque nell’unica macro categoria del popolo fatato, i Fae. Il loro aspetto non influenza tale definizione: tanto il pooka quanto i Leprecauni o le banshee ne fanno parte.
Il Piccolo Popolo, nella descrizione di Yeats, è composto da angeli decaduti, che la tradizione popolare definisce ‘troppo buoni per l’inferno e troppo cattivi per il paradiso’, condannati quindi a rimanere nel mondo mortale finché non compiranno qualche azione che definisca il loro destino, in un senso o nell’altro. Si tratta di una chiara integrazione del folclore popolare nel culto cristiano, dal quale deriva anche un’altra interpretazione: il Piccolo Popolo sarebbero a tutti gli effetti le antiche divinità pagane, ‘ridotte’ in formato mignon dall’avvento del cristianesimo, che le avrebbe così sovrastate anche fisicamente. Le divinità che non è stato possibile ridurre sono state cristianizzate: basti pensare a santa Brigida, che altri non è se non l’antica dea Brigit.
Tuttavia il popolo fatato non è mai scomparso ed è ancora ben presente nella cultura locale: il latte messo per loro, non buttare l’acqua bollente fuori dalla porta per non bruciarli, non costruire la casa in posti che si suppone siano dimora dei folletti. Tutte queste norme, se violate, portano a conseguenze anche molto spiacevoli per lo sventurato che dovesse incappare nell’ira dei folletti. Quando gli va bene, deve buttare giù la casa e costruirla altrove.
Quando gli va male, beh…

Nelle fiabe raccolte da lui troviamo una varietà eterogenea e vivacissima di creature fatate:
i Leprecauni, folletti solitari provetti calzolai, che possono portare grandi ricchezze ai mortali che entrano nelle loro simpatie,
i pooka, spiriti animali che possono assumere forma di cavallo, di coniglio gigante, di asino, di aquila,
le banshee, che in genere sono legate a famiglie delle quali annunciano disgrazie e vittorie con alti lamenti o con grida di vittoria.
Le sirene, curiosamente analoghe alle banshee, in quanto, potendo vivere molto a lungo, spesso risultano conoscere già i genitori o gli antenati dell’eroe della fiaba, che stringe con loro un rapporto di amicizia o di amore. Le banshee, peraltro, non sono quasi mai creature maligne: fanno solo una gran paura, in parte per come sono descritte, e ovviamente perché vederne o sentirne una era davvero gran sfiga.
I changeling, i bambini scambiati nella culla con bambini del popolo fatato. Più raramente, ma abbastanza spesso da renderlo un pericolo, per così dire, concreto, le fate rapiscono ragazze e donne adulte, perché facciano da balie ai loro bambini, oppure per intrattenersi vedendole danzare fino allo sfinimento. Nell fiabe di Yeats si accenna ai rituali con cui si soleva esorcizzare il changeling per riavere il proprio figlio, e si tratta di rituali molto crudeli: gettare il piccolo nel fiume, o mozzargli il naso, o ancora bruciarlo con l’attizzatoio del camino, in quanto le fate, odiando il ferro, non ne sopporterebbero la vicinanza.
Anche se nelle fiabe di Yeats i protagonisti rifiutano sempre di compiere riti così cruenti, preferendo incantesimi con gusci d’uovo e indovinelli (che ovviamente funzionano), esistono casi documentati in cui questa superstizione è stata applicata alla lettera.

Nel marzo del 1895 a Ballyvadlea, nella contea di Tipperary, Michael Cleary diede fuoco a sua moglie, ritenendola un changeling. Bridget era in realtà una donna molto bella ed emancipata, capace di mantenersi da sola: una condizione molto rara tra le donne dell’epoca. Troppo rara. Bridget venne legata al letto e cosparsa di pozioni contro le fate, a base di erbe bollite nel latte o nell’urina. Venne chiamato anche un prete, in quanto si riteneva che le fate, odiando la religione cristiana, sarebbero scappate alla sola vista. Ma niente di tutto questo funzionò [che strano…], e alla fine suo marito le avvicinò alla bocca un pezzo di legno incandescente. Le fate non sopportano il fuoco, e quindi il changeling avrebbe dovuto scappare su per il camino. Me così non avvenne, e gli abiti di Bridget Boland presero fuoco, ustionandola a morte. Il marito rimase sempre convinto che si trattasse di un changeling.

La tradizione delle spose fatate ha radici profonde, non solo in Irlanda. È un motivo folcloristico assai diffuso: tipicamente, un uomo mortale sposa una fata, che però inserisce nel patto alcune norme che, se violate, comportano l’immediato scioglimento del matrimonio. Così, il marito curioso che apre il baule proibito, o che segue la moglie durante le sue uscite, o ancora che la costringe ad azioni che non desidera compiere, è destinato a perderla, e con lei tutta la fortuna e la felicità che aveva trovato. Una moglie magica non può essere maltrattata, se non si vuole incorrere in conseguenze terribili. Per questo, forse, una sposa fatata era inaccettabile per Michael Cleary.

Ma nelle fiabe raccolte da Yeats non troviamo solo rappresentanti del Piccolo Popolo.

Gli spettri, nel folclore irlandese, vivono in uno stato intermedio tra questa e l’altra vita. Tipicamente, sono trattenuti da qualche desiderio terreno, oppure un amore, o anche un dovere da compiere o una vendetta da portare a termine. Possono riunirsi in una fortezza, che diventa così consesso di fantasmi, o essere rapiti dal Popolo Fatato, perdendosi irrimediabilmente. Le fiabe sugli spettri sono tra le più belle della raccolta, a mio modesto avviso.

Le streghe si differenziano dai guaritori, che sono figure benevole, perché le loro magie sono sempre maligne, ed emanano odore di tomba. Fanno seccare il latte nelle mammelle e inacidire il burro, e se possono mandano in rovina i loro vicini.

Infine, troviamo anche santi e preti, i demoni, il diavolo, e… l’esattore delle tasse.

Nelle fiabe popolari, infatti, si delinea con chiarezza la situazione politica ed economica dell’Irlanda.
L’Irlanda era un paese estremamente povero. Nelle fiabe raccolte da Yeats vediamo i personaggi che per scaldarsi non usano carbone o legna, troppo costosi per la maggior parte della popolazione, e vivono in capanne con il tetto di paglia. Questo avveniva ancora al tempo di Yeats, che ascoltava le fiabe raccontate dalla vecchia Biddy Hart, che cucinava per lui le frittelle su un fuoco alimentato a torba.
I re, anche quelli del celebre ciclo degli Ulster, andavano a caccia non per divertirsi, ma per sfamare il loro clan, e le ragazze non andavano a spasso per civetteria, ma raccoglievano nocciole. Cu Cuchulain, il più grande tra gli eroi irlandesi, deve al suo nome al fatto di avere ucciso un cane da guardia: qualcosa che in altre civiltà sarebbe stato un evento da niente, ma che in quel contesto era talmente grave da rendere necessario un risarcimento assai alto (Cu Chulain si metterà al servizio del padrone del cane al posto dell’animale, tanto da prendere appunto il nome Cu Chulain, Cane di Cu). Lo spettro della fame incombeva sempre.
L’alimentazione era basata sulle patate, per via della straordinaria produttività di questo tubero. Con mezzo ettaro di terreno pietroso si poteva sostentare una famiglia di sei persone. Le patate garantivano la sopravvivenza. Se i personaggi se la passano bene, le troviamo condite con burro, caglio, o accompagnate da carne (non il contrario); quando i personaggi sono poveri si parla di ‘patate asciutte’, cioè cotte e mangiate così. La patata è un piatto tipico irlandese per questo.
Anche il liquore ‘nazionale’ irlandese, il poteen, si ottiene dalla distillazione delle patate. È molto forte, la gradazione va dai 60 ai 95 gradi.
Rende verosimile il fatto di vedere fate e folletti dopo una serata al pub, ora che ci penso.
(una delle fiabe che ho amato di più parla appunto di un suonatore di cornamusa rapito da un pooka mentre usciva dal pub. Il suonatore, ben lungi dall’avere paura, si arrabbia con il Fae, perché “ho guadagnato questi soldi per la mia mammina che mi aspetta a casa, devo andare da lei perché ha finito il tabacco da fiuto”)
Ma produrre il poteen era illegale, perché l’Irlanda, essendo parte del commonwealth, doveva pagare forti tasse all’Inghilterra, e doveva importare il Parliament, l’unico liquore che fosse legale acquistare nei pub. Gli irlandesi ne parlavano bene.

“Quella bevanda velenosa che prendeva il nome proprio da quel Parlamento inglese che ne imponeva la vendita fra un popolo riluttante”.

E chi imponeva la vendita del Parliament, oltre a sanzionare i pub che osavano smerciare il poteen? Naturalmente, gli esattori delle imposte. Ed ecco che nelle fiabe raccolte da Yeats emerge un’altra figura, un vero villain, talmente odiato da entrare nell’immaginario folcloristico, addirittura come compare del diavolo stesso.

“Una mattina d’estate il diavolo e l’uomo che passava a riscuotere le imposte di casa in casa nella zona di Bantrysi accinsero a decidere su una scommessa […] Volevano vedere chi al tramonto avrebbe avuto il bottino migliore.”

La fiaba si conclude con la vittoria del vecchio Nick, che si porta all’inferno l’esattore delle imposte, con grande soddisfazione di tutti i presenti.

Ma le tasse venivano riscosse ovunque, quindi perché in Irlanda questa figura era considerata così negativamente?

Il motivo è da ricercarsi non solo nella grande povertà della nazione, ma anche nel modo in cui tale situazione veniva trattata.
Nel 1845 l’Irlanda era parte dell’impero coloniale inglese. Quell’anno ci fu, in Irlanda, la più grande perdita di vite umane che l’Europa avesse subito dai tempi della peste nera.
La patata, che era quasi l’unico alimento per la gran parte della popolazioni, ha infatti una grande produttività, ma è soggetta a più di duecentosessanta tipi di malattie e infestazioni parassitiche. Fu un fungo, la peronospora della patata, che fece marcire i tuberi non solo in Irlanda, ma un po’ in tutta Europa.
Solo che in Irlanda non c’era altro da mangiare.
Chi potè emigrare emigrò: fu un esodo di quasi un milione di persone, verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Ma non tutti ne avevano la possibilità e morirono più di un milione e mezzo di irlandesi.

E la cosa peggiore è che in Irlanda il cibo non mancava: nel 45 e 46, gli anni peggiori della carestia, al mercato londinese di Billingsgate vennero venduti 500 milioni di ostriche, un miliardo di aringhe fresche, quasi 100 milioni di sogliole, 33 milioni di platesse, 23 milioni di sgombri, e via dicendo… parliamo di una produzione enorme, e solo per quel che riguarda il pescato. Per il mercato di uova, carne e cereali, le cifre sono molto simili. Ma niente di tutto questo andava agli irlandesi: era merce destinata all’esportazione. Erano tasse.
Gli aiuti inglesi furono tardivi, riluttanti e quasi del tutto inutili: aprirono qualche ospizio, di quelli ben descritti da Charles Dickens come luoghi nei quali morire di fame un po’ più lentamente. Il primo ministro inglese, sir Robert Preel, sosteneva che i rapporti dall’Irlanda fossero esagerati, solo per far abbassare le tasse. Anche nel momento peggiore della carestia, gli esattori delle imposte continuavano a esigere i pagamenti.
Ecco perché sono entrati nel folclore irlandese, come compari e soci del diavolo.

Ma niente di tutto questo ha potuto cancellare il Piccolo Popolo dall’immaginario irlandese, tanto che Yeats stesso lo ama e lo ritiene parte inscindibile della sua nazione, come lui stesso ha scritto:

“Pensate che il contadino irlandese sarebbe tanto ricco di poesia, se gli mancassero i folletti? Pensate che le giovani contadine del Donegal, quando vanno a servizio nell’interno si inginocchierebbero, come fanno, a sfiorare il mare con le labbra, se belle leggende e strane tristi storie non avessero reso mare e terra oggetto d’amore? Pensate che i vecchi prenderebbero la vita così serenamente, se un gran numero di spiriti non fossero accanto a loro?”

 

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Scritto da : Laura MacLem

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