La tenda Rossa

Prima edizione: Tropea

Paperback: TEA

Nuova edizione: Edizioni Tlon

 

Questo è un libro che amo immensamente. L’ho letto anni fa, nella prima edizione Tropea, che purtroppo non ha avuto una grande diffusione soprattutto a causa della chiusura della casa editrice. Fortunatamente è stato ripubblicato da Edizioni Tlon. Adesso esiste anche l’ebook, perciò potete procurarvelo facilmente, e DOVETE FARLO!
Si tratta di un libro fondamentale, e se amate le classifiche “i cento libri da leggere nella vita” di sicuro l’avete già incontrato. Ok, non sempre queste classifiche hanno ragione, ma stavolta sì. La Tenda Rossa è davvero uno di quei libri che vi trasportano lontano, che vi incantano, e che quando li avete finiti vi fanno sentire delle persone un pochino migliori.
No, non sto esagerando e non sto facendo la fan scema. Anzi, di solito io giro alla larga dalle riletture della Bibbia, visto che quella abramitica non è proprio la mia mitologia preferita; ma ogni regola ha la sua eccezione e, siccome sono le circostanze avverse che rendono le cose straordinarie, questa eccezione è qualcosa di davvero clamoroso. La voce narrante rievoca la sensazione di trovarsi attorno al fuoco ad ascoltare una storia da tramandare, una storia che, di donna in donna, di generazione in generazione, è arrivata fino all’autrice.
Già, l’autrice. Due parole su di lei, ne vale la pena.
Anita Diamant è una scrittrice e giornalista americana, che scrive narrativa e saggistica. Ha scritto numerosi saggi e cinque romanzi, e sinceramente non capisco perché nessuno li abbia ancora tradotti in italiano. Sono storie di amicizia, di crescita, di riscatto personale, e sono interessanti!

 Le sue opere di maggior successo, oltre a La Tenda rossa, sono The boston girl, che racconta la storia della crescita di una ragazza ebrea nella Boston di inizio Novecento, e Period, End of Sentence, una raccolta di saggi che esplorano le radici culturali dell’ingiustizia mestruale, che erode l’autostima, limita le opportunità e a volte minaccia le vite di chi è soggetto a questo tabù. Il titolo è un richiamo a un’asserzione fatta durante una delle conferenze tenuta dall’autrice: l’auspicio che ‘period’ non significhi niente di più che il punto finale di un periodo, e non il ‘periodo’ mestruale, come se fosse qualcosa che blocca (o, se sei nata nella parte giusta del mondo, ostacola) la vita femminile durante quei giorni.
Cioè, sul serio, ma perché nessuno ha ancora pensato di pubblicare in italiano testi così importanti? Poi devo vedere pubblicate certe cagate che…

 

E ora, La Tenda Rossa.
Rossa come il sangue femminile, naturalmente: il sangue del menarca, il sangue dell’imene lacerato, il sangue del parto. Sangue fisiologico, che non sgorga da ferite aperte, e quindi, per la parte di umanità che non lo vive, sangue sporco. Impuro.
Non penso di dire niente di inedito, quando affermo che la Bibbia è una storia fatta dagli uomini per gli uomini. Il dio abramitico è un dio maschile, ereditato dalla linea maschile del clan, e le donne erano, nel migliore dei casi, mogli e madri. Se la Bibbia ne ricorda qualcuna è sempre solo in relazione a questi due ruoli, e ogni altro era censurato, quando non apertamente condannato. Credo non serva neanche che citi degli esempi.
Quindi, storie femminili nella Bibbia, in particolare l’Antico Testamento che è quello di cui racconta Anita Diamant, non ce ne sono.

Giuditta uccide Oloferne, storia dell’Antico Testamento, è esclusa dal canone del mito ebraico. Tutto a posto, circolare.

 

Con ‘storie femminili’ non intendo storie dove viene citata una donna, tipo che so, l’adultera che Gesù salva dalla lapidazione, ma proprio la sua storia, le vicende della sua vita narrate così come sono narrate quelle di Abramo, Isacco e Giacobbe. Storie di protagonisti.
Ma le donne c’erano, e avevano sogni, aspirazioni, memoria e tradizione, proprio come i loro mariti, padri e fratelli.  
Così, millecinquecento anni prima di Cristo, esisteva una donna chiamata Dinah, figlia di Giacobbe e di Leah, la sua prima moglie. Di lei la Genesi parla pochissimo, le dedica tre righe, prima di tornare subito al racconto del patriarca e dei suoi figli maschi.

Cito dalla Genesi:

Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, uscì a vedere le ragazze del paese. 2 Ma la vide Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quel paese, e la rapì, si unì a lei e le fece violenza. 3 Egli rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe; amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto. 4 Poi disse a Camor suo padre: «Prendimi in moglie questa ragazza». 5 Intanto Giacobbe aveva saputo che quegli aveva disonorato Dina, sua figlia, ma i suoi figli erano in campagna con il suo bestiame. Giacobbe tacque fino al loro arrivo.

Dopo questo, si racconta solo dell’inganno con cui i figli di Giacobbe hanno ‘vendicato l’onore’ della sorella e se la sono ripresa, senza dire nemmeno una parola sul suo destino (da qualche parte ho letto che finì a sposare suo zio Esaù, ma sinceramente non ricordo la fonte). Dinah è soltanto un casus belli. Non parla, non esprime la sua volontà, non sappiamo cosa ne pensasse di una vicenda che per lei sicuramente è stata centrale nella sua vita.
Solo che non era la sua vita. Che lei avesse espresso consenso o meno è irrilevante, perché suo padre, il suo padrone, non l’aveva dato. La storia è quella di Giacobbe, non di sua figlia.
E fin qui, non sto dicendo niente di nuovo, visto che il patriarcato è un sistema che è andato avanti per millenni e del quale ancora oggi stentiamo a liberarci – giusto nei paesi più fortunati, perché nel resto del mondo è ancora un sistema bello forte e fiorente.
Ma Giacobbe e la sua tribù maschile non arrivavano dappertutto, e non ci arrivava il loro dio.
La Tenda Rossa è il luogo dove, nella tradizione del popolo che sarebbe diventato quello ebraico, le donne si dovevano rinchiudere quando venivano loro le mestruazioni. Essendo impure, non potevano avere contatti con gli uomini, non potevano cucinare, non potevano svolgere mansioni che sarebbero state maledette dal sangue mestruale. In quei giorni, le donne erano recluse, rinnegate, isolate. In una parola, punite, perché erano donne.
Questo dal punto di vista degli uomini, che nella tenda rossa non entravano mai.
Ma cos’era, per le donne, entrare nella tenda rossa?
Innanzitutto, per loro significava riposare, essere libere dalle pretese dei padri, dei mariti, dei figli. Passavano quei giorni tranquille e felici, pensando solo a rilassarsi, mangiare dolcetti e a raccontare le loro storie, quelle che la Bibbia ha completamente ignorato. E, siccome non c’erano uomini ad ascoltarle e tramandarle, le donne desideravano avere, oltre ai maschi, anche delle figlie, che conservassero le loro memorie, le loro usanze, le loro divinità. Le bambine, che agli occhi dei padri, dei fratelli, erano praticamente alla pari delle pecore (dal valore economico appena appena superiore), ricevevano una vera e propria educazione, della quale la parte maschile della tribù non veniva a sapere niente.
La tenda rossa per le donne non era una reclusione, ma uno spazio sicuro, un luogo nel quale poter essere sé stesse. Era una tradizione femminile, non maschile. 

Partendo da questo, Anita Diamant ha raccontato la storia di Dinah, narrata da lei stessa, come è tradizione.
Dinah ti fa letteralmente accomodare accanto a lei, e ripercorre la storia delle sue madri – ovviamente la madre biologica è una, ma tutte le donne della famiglia l’hanno allevata e lei le ama allo stesso modo – che converge con quella di suo padre: ma solo in alcuni punti.
La vita, nella tenda rossa, è un’altra, una vita segreta, con rituali e divinità completamente diversi da quello che Giacobbe impone ai figli maschi. Il solco è da subito evidentissimo, perché le divinità venerate dalle madri di Dinah, e in seguito da lei, sono principalmente associate alla vita, alla fertilità, all’amore, alla morte intesa come fine di una sofferenza diventata insopportabile. Le donne della tribù di Giacobbe non pensano nemmeno di convertirsi al dio del marito, non lo faranno mai. Hanno vite autonome, legate ai cicli di quello che per i maschi della tribù sono le cose più impure e disprezzabili: le mestruazioni, la gravidanza, il parto, e ovviamente la vecchiaia e la morte. Questo Dinah impara, e questo la forma come persona. Si confronta con un universo di caratteri e identità diverse, perché, anche se l’universo maschile le livella tutte allo stesso modo, non ci sono due donne uguali, nemmeno tra le sue madri: così Leah è forte e laboriosa, ma poco sensibile ai moti dell’animo, Rachele bella e viziata, ma consumata dal dolore di essere sterile, Zilpah una sacerdotessa devota e una narratrice straordinaria, Bilah di una bontà infinita che trasmette serenità.
Queste figure vengono liquidate nella Bibbia come moglie e serve, ma sono persone, che nella narrazione di Dinah agiscono da persone.
Quando l’episodio narrato nella Genesi avviene, è narrato dal suo punto di vista, che è diametralmente opposto rispetto a quello del padre e dei fratelli. E Dinah, che nella Genesi è soltanto una riga di testo senza nemmeno una parola da dire, sarà agente attivo di quell’evento, sarà la causa che trasformerà la tribù di Giacobbe nel nucleo da cui si andrà a originare l’ebraismo – e relative confessioni successive.



Questa è Dinah, e questo è quello che ha da raccontare. Ogni singola parola che pronuncia merita di essere ricordata. Il mio consiglio perciò è di andare a leggervi l’estratto disponibile gratuitamente, e poi di comprare La Tenda Rossa, di andare in biblioteca a procurarvela, di rubarla, fate quello che volete ma LEGGETELA.

Mi ringrazierete.

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da : Laura MacLem

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